Tra le capacità di un professionista, oltre a quella di sapere affrontare dal punto di vista tecnico le situazioni che possono di volta in volta presentarsi, vi è sicuramente la capacità di comunicare con il cliente e di trasmettergli le informazioni essenziali. Come vedremo, ciò è fondamentale per diversi aspetti.

Il più delle volte, infatti, il cliente finale è una persona del tutto estranea, per competenze ed esperienze professionali, al settore del controllo dei parassiti, e non ha quindi tutti gli strumenti per valutare criticamente le informazioni ricevute. Oltre agli aspetti etici, di certo non trascurabili, non bisogna sottovalutare neppure le implicazioni negative che possono derivare da una scorretta informazione al cliente, sia essa causata da un’effettiva carenza da parte del professionista o, nei casi peggiori, dalla sua malafede.

Il primo aspetto da considerare è quello di evitare di creare eccessive aspettative nel cliente. Infatti, assicurare la risoluzione in breve tempo di un problema non è mai corretto, visto che gli imprevisti sono sempre dietro l’angolo, e anche la situazione più facile può riservare sorprese. Una rassicurazione che spesso capita di sentire riguarda il timore che, in seguito al trattamento, si possano rinvenire animali morti all’interno dell’appartamento. “Non è possibile” – si dice da parte del professionista con tono sicuro – “i roditori si sentono soffocare e vanno a morire all’esterno”. Nulla di più inesatto, visto che non esistono rodenticidi che provocano un senso di soffocamento ai roditori, e neppure di claustrofobia.

Altro aspetto che occorre sottolineare è la pericolosità delle sostanze utilizzate per gli animali non bersaglio e, naturalmente, per gli esseri umani. Alla domanda del cliente sul rischio per il proprio cane, talvolta si sente rispondere che il prodotto contiene una sostanza che lo rende sgradevole agli animali diversi dai topi e dai ratti.

Anche qui, inesatto, ma anche pericoloso, visto che il denatonio benzoato risulta amaro solo per gli esseri umani, non per gli animali domestici, che quindi se ingeriscono l’esca non ne avvertono il sapore sgradevole. In questo caso, tuttavia, a parziale giustificazione del professionista, occorre considerare che tale inesattezza è riportata nero su bianco sull’etichetta del rodenticida (peraltro autorizzata dal Ministero della Salute), ed anche in alcune recenti disposizioni ministeriali.

Infine, un aspetto che viene spesso trascurato è quello delle informazioni riportate sui cartelli di segnalazione affissi in corrispondenza delle postazioni con le esche. Spesso si leggono informazioni assai vaghe sul principio attivo utilizzato, genericamente individuato come “anticoagulante”. Ciò è estremamente incompleto, e potrebbe causare problemi in caso di incidente: nel malaugurato caso in cui un cane dovesse nutrirsi dell’esca, il veterinario non avrebbe le informazioni necessarie per valutare la gravità dell’intossicazione, vista la grande differenza di tossicità dei vari anticoagulanti: ricordiamo che la differenza di tossicità acuta nei confronti del cane che esiste fra warfarin e brodifacoum (in termini di DL 50) è dell’ordine di almeno 100 volte a favore di quest’ultimo! È fondamentale, invece, che sul cartello siano indicati il principio attivo e la sua concentrazione nell’esca.

Tutti questi aspetti inerenti la corretta comunicazione delle informazioni, sebbene spesso trascurati, sono estremamente importanti, e anche tramite essi si misura la capacità professionale degli operatori del settore del pest control.

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La soluzione prospettata è stata quella di distribuire le esche in pellets (a base di brodifacoum) lanciandole da elicotteri, una metodologia utilizzata con successo in molte isole oceaniche, e anche nel Mediterraneo. Le esche avrebbero dovuto essere lanciate in inverno, quando la loro degradazione risulta estremamente rapida per le piogge, in un periodo in cui non ci sono uccelli di passo né nidificanti. Per le capre si è costruito un recinto, dove rinchiuderne un nucleo onde garantire la sopravvivenza della popolazione.

A gennaio 2012 tutto era pronto, ed il primo lancio è avvenuto senza problemi particolari. Benché i lanci previsti fossero tre, distanziati un mese circa uno dall’altro, è stato necessario eseguirne solo un secondo, che peraltro ha interessato una parte limitata dell’isola.

Oggi, a distanza di oltre tre anni, è possibile dire che l’intervento è stato coronato da successo: i ratti sono scomparsi, le berte nidificano con successo, e la loro colonia è aumentata considerevolmente in termini di coppie nidificanti. Per quanto riguarda le capre, benché si siano registrate alcune perdite, la popolazione è tornata rapidamente al livello di prima dell’intervento, ed è facile osservarle mentre si aggirano a piccoli gruppi sulle rocce dell’isola. La colonia di gabbiano reale (specie peraltro abbondante in tutte le isole italiane, che nidifica anche nelle grandi città, e che spesso si alimenta nelle discariche) è diminuita, ma il calo si è verificato a distanza di due anni dall’intervento, e quindi non è chiaro se la causa sia da ricercarsi nell’intervento stesso o in qualche altro fattore (chiusura di qualche discarica nella terraferma, etc). Nessun impatto è stato invece riscontrato su rapaci e corvi imperiali.

Quale lezione abbiamo imparato da questo progetto, il cui esito è stato giudicato di grande successo dalla stessa Unione Europea?

In primo luogo, che con una adeguata preparazione e solide basi tecniche è possibile risolvere i problemi ambientali, almeno quelli confinati nel ristretto ambito di un’isola.

In secondo luogo, che i progetti così articolati devono essere valutati nel loro complesso, e non solo dal punto di vista emotivo di chi si ferma alle possibili conseguenze nell’immediato sulle popolazioni non bersaglio (che peraltro non ci sono state), senza valutare i benefici nel medio e lungo periodo.

In conclusione, come afferma anche l’Unione per la Conservazione della Natura (IUCN), in questi progetti le eventuali perdite di animali non bersaglio costituiscono l’inevitabile prezzo da pagare per conseguire benefici ben più grandi. La sfida che ci attende nell’immediato futuro è quella di mantenere l’isola libera dai ratti il più a lungo possibile.

La notizia appare su molti quotidiani e siti web di informazione nel gennaio del 2012: sull’isola di Montecristo, nel Parco Nazionale dell’Arcipelago Toscano, si sta per abbattere un bombardamento di esche avvelenate per eliminare i ratti. Si usano espressioni forti, si parla di bombardamento, appunto, ma anche di disastro ambientale imminente, e così via.

In quelle fasi nessuno -anche chi, come il sottoscritto, ha partecipato attivamente all’intervento- è riuscito a far sentire come avrebbe dovuto la propria voce. Com’era possibile, d’altronde, quando fioccavano esposti alla magistratura, interrogazioni parlamentari bipartisan, comunicati di fuoco di associazioni animaliste e ambientaliste (peraltro solo alcune contrarie all’intervento)?

Adesso che, a più di tre anni di distanza, le acque si sono calmate, proviamo a ragionare insieme su cosa effettivamente è stato fatto e quali risultati si sono ottenuti.

Partiamo dal problema: i ratti sono giunti sulle isole nei secoli scorsi, portati dalle imbarcazioni e diffondendosi rapidamente. È ben noto che essi costituiscono un fattore di grave rischio per gli ecosistemi autoctoni. Nel caso specifico di Montecristo, i ratti esercitavano una predazione spietata sui pulcini della berta minore, un uccello tutelato a livello internazionale, e in declino proprio a causa della predazione dei ratti. Per chi volesse constatare con i propri occhi la veridicità tale predazione, può vedere il video (piuttosto scioccante, a dire il vero, e non adatto alle persone sensibili) girato sull’isola di Pianosa dal Parco Nazionale. Va detto che l’azione dei ratti non si esercita solo sulle berte, ma anche su piante ed altre specie animali, come è stato dimostrato in studi condotti su isole di tutto il mondo.

Il Parco Nazionale, responsabile della tutela delle specie minacciate e degli ecosistemi dell’isola, insieme a Corpo Forestale dello Stato (UTB di Follonica), ISPRA e Nemo srl, hanno messo in campo mezzi e uomini per risolvere il problema, ottenendo un finanziamento LIFE alla Commissione Europea.

Un pool di esperti, di cui ho avuto l’opportunità di fare parte, è stato incaricato di progettare l’intervento, che presentava molte difficoltà, soprattutto a causa delle grandi dimensioni dell’isola (oltre 1000 ettari) e della sua orografia molto accidentata (la cima più alta è di oltre 600 m), con ampi settori dell’isola inaccessibili. Inoltre, sull’isola è presente una popolazione di capre di origine molto antica, e altre specie di uccelli (gabbiani, gheppi, falchi pellegrini, corvi imperiali, etc). Come riuscire, quindi, a distribuire le esche in modo uniforme sull’isola, eliminando i ratti e riducendo quanto più possibile l’impatto sulle altre specie?

Dal punto di vista tecnico, il nostro obiettivo nel sopralluogo è quello di ottenere le informazioni giuste, senza perdere tempo eccessivo.

Per prima cosa, è necessario capire la natura del problema. Per farlo, occorre rispondere a due domande. La prima: quale specie è presente? La seconda: qual è il luogo di origine degli individui? Quest’ultima può essere così riformulata: gli animali vengono da fuori oppure c’è una popolazione già insediata nella struttura? La risposta a queste domande permette di avere un’idea abbastanza precisa della gravità del problema, e di quanto tempo occorrerà per risolverlo.

Ad esempio, una presenza di topo domestico dovuta ad ingressi regolari, ma senza una popolazione stabile all’interno, è risolvibile in tempi brevi, dopo una accurata verifica delle misure di esclusione. Ci tengo però a sottolineare il senso della parola “accurata”: significa che non bisogna fermarsi alla prima mancanza che si riscontra, ma che va verificata la capacità di esclusione dell’intera struttura. Assai diverso è il caso di una popolazione residente di topi o, peggio, di ratti, una situazione che richiederà un’analisi accurata (vedi sopra) delle strutture interne, alla ricerca dei probabili rifugi e delle fonti di cibo. Anche qui devo farmi delle domande precise: dove mangiano e che cosa? Dove si rifugiano? Che strada fanno per andare a mangiare?

Dal punto di vista operativo, per quanto mi riguarda, nella fase iniziale sto più che altro a sentire, nella seconda faccio molte domande, nella terza eseguo il vero e proprio sopralluogo, facendomi portare nei posti che ritengo più importanti, e interagendo con chi mi accompagna. Ho spesso notato che il cliente accetta di buon grado di dedicarmi del tempo quando mi vede concentrato sul problema, il segnale è che non obietta nulla alle richieste più impegnative del tipo “possiamo aprire qualche erogatore?”, oppure “c’è una scala per ispezionare quel cavedio?”.

Nella mia esperienza, i migliori risultati si ottengono coinvolgendo nel sopralluogo figure professionali diverse, soprattutto (in ordine crescente di importanza) i responsabili del controllo qualità, gli addetti alla manutenzione e chi ha progettato o costruito il capannone o l’edificio. Ognuna di queste figure può contribuire alla risoluzione del problema, il compito del professionista è quello di fare le domande giuste.

Poi ci sono gli strumenti, su cui si potrebbero scrivere pagine e pagine. Come molti altri, anche a costo di apparire banale, io uso sempre questi due: una mappa della struttura, su cui segnare qualunque informazione, dalle tracce di attività alla porta che non chiude; una torcia sufficientemente potente per illuminare gli angoli più bui. Anche una buona macchina fotografica sarebbe fondamentale, ma non è scontato che ci permettano di usarla. Ho visto utilizzare specchietti, telecamere da endoscopia, ginocchiere (utili per chinarsi a guardare sotto i mobili), luci ultraviolette, addirittura cani da caccia. Ognuna di queste cose può essere utile, ma servono a poco se a mancare sono la disponibilità e la capacità di applicarsi alla risoluzione di un problema.Specchio ispezioni

Nella mia attività ho spesso constatato che il sopralluogo è la fase più importante nella predisposizione di un piano di controllo ma, al tempo stesso, troppo trascurata. Il sopralluogo ha indubbiamente una doppia valenza, tecnica e commerciale. Infatti, se da una parte è vero che in tale fase si raccolgono le informazioni più importanti per predisporre il piano di controllo, dall’altra non va trascurato che è in questa occasione che il cliente si farà un’idea della vostra capacità.

Dal punto di vista commerciale, un sopralluogo frettoloso o, peggio, svogliato è quanto di peggio si possa concepire. Per carità, capita a tutti di avere fretta, vuoi perché si deve andare a prendere il figlio a scuola, o anche solo perché si è stanchi alla fine di una lunga giornata. Ci sono alcuni segnali che possono essere colti: ad esempio, quando il cliente vi dice frasi del tipo “non le interessa vedere la zona esterna?”, probabilmente ha colto che abbiamo fretta e non ci stiamo dedicando a dovere alla risoluzione del problema che a lui sta a cuore. Il suo desiderio, in quel momento, è vederci concentrati sul suo problema, anche il nostro rispondere al cellulare lo indisporrà. Un sopralluogo superficiale non consentirà di raccogliere i dati fondamentali, né ci permetterà di fare una buona impressione al cliente. Insomma, un fallimento da entrambi i punti di vista, tecnico e commerciale.

In generale, è bene evitare di eseguire un sopralluogo in condizioni difficili, per esempio quando il buio impedisce di ispezionare bene le aree esterne, o quando non si ha tempo a sufficienza. Purtroppo non sempre è facile rispettare i tempi che uno si è dato, basta un ingorgo o un imprevisto qualunque e la tabella di marcia salta. Se si è fatto tardi, meglio chiedere scusa e rimandare, insistere ad eseguire un’ispezione di scarsa utilità è controproducente.

Nella fase iniziale, è bene stare a sentire quello che dice il cliente, evitando di esprimere giudizi troppo prematuri. Vi esporrà il problema, riferendo inevitabilmente molti fatti e circostanze inutili, che sarà vostra cura sfrondare, ma in mezzo ai quali ci potranno essere importanti indizi per la risoluzione del problema. Cercherà immancabilmente di minimizzare il problema (“penso che sia sempre lo stesso topo”), di attribuirlo ad una causa esterna (per esempio, a dei lavori eseguiti nelle vicinanze), in alcuni casi avrà addirittura già pronta la soluzione, preferibilmente semplice ed economica (“basta mettere un po’ di bustine qui e lì”). Bisognerà fargli capire, con garbo, che il suo compito non è quello di fare le diagnosi né di trovare le soluzioni, ma di aiutarvi a capire come stanno le cose, in modo da poter individuare una soluzione al suo problema.

La Nutria è un roditore di origine sudamericana, introdotto nella seconda metà del secolo scorso negli allevamenti industriali da pelliccia di tutto mondo. La sua pelliccia, infatti, era molto apprezzata, ed era nota con il nome commerciale di “castorino”. Da questi allevamenti numerosi esemplari, fuggiti o deliberatamente rilasciati dopo la chiusura, si sono naturalizzati e oggi la specie occupa un ampio areale in tutto il Paese, con particolare diffusione nelle zone pianeggianti e irrigue.

Il problema della Nutria interessa l’agricoltura, con danni di varia natura alle colture, ma anche la funzionalità idraulica dei corsi d’acqua, visto che gli esemplari compiono estesi scavi causando così crolli e cedimenti delle sponde, con problemi di tenuta degli argini. Inoltre, la nutria presenta impatti negativi anche sugli ecosistemi, danneggiando i canneti e i nidi degli uccelli acquatici. Infine, la specie è vettore di importanti zoonosi, tra cui la leptospirosi. Insomma, da qualunque parte la si guardi, la presenza della nutria è un problema.

Nonostante ciò, la specie ha sempre goduto in Italia di uno status invidiabile, quello di specie protetta dalla legge 157/92, non potendo essere sottoposta a interventi di controllo in assenza di specifiche autorizzazioni. Gli agricoltori non potevano quindi difendersi, ma i suoi danni venivano indennizzati dalle provincie o dalle aree protette, enti che, in presenza di impatti ritenuti troppo elevati, potevano comunque attivare piani di controllo.

Nel luglio del 2014, tuttavia, le cose cambiano. Alla specie è stata tolta la protezione di legge, venendo quindi considerata alla stregua di ratti, topi e talpe, e come tale potenzialmente oggetto di controllo da parte di chiunque. Tutto risolto, dunque? Neanche per sogno, anzi, la situazione è più complicata di prima.

Il primo problema è che, non essendo più specie protetta, lo stato non può pagare più i danni alle colture prodotti dalle nutrie. Però gli agricoltori dovrebbero poter controllare le popolazioni di nutria nelle loro aziende, esattamente come fanno con i ratti o le talpe. E qui sorge il problema: con che mezzi possono intervenire i singoli proprietari? Con i rodenticidi? No, non esistono rodenticidi registrati contro la nutria. Forse con il fucile? No, è necessario il porto d’armi ad uso venatorio, e casomai solo nei periodi e nelle aree in cui la caccia è permessa, ma secondo alcune interpretazioni ciò configurerebbe l’uso improprio di arma. Con le trappole? In teoria sì, ma le trappole per le nutrie sono grandi, e ci si espone al rischio di catturare fauna protetta o animali domestici. E poi, come si sopprimono gli individui, e con che costi e modalità gli agricoltori potrebbero smaltire le carcasse di una specie potenzialmente vettore di malattie? Si aggiunga che alcune regioni prevedono anche specifiche autorizzazioni per l’uso di trappole…

In questo pantano normativo, la soluzione che si è voluta profilare da parte del Ministero della Salute e dell’Agricoltura è quella di affidare ai comuni la realizzazione di piani di controllo, come previsto dalla Circolare Interministeriale del 31 ottobre 2014. In queste attività ci potrebbe (anzi, dovrebbe) certamente essere spazio anche per i professionisti del pest control, i quali potrebbero essere tra i soggetti incaricati della gestione di tutte le fasi delle catture, previa partecipazione a opportuni corsi di formazione.

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Dunque, qualcuno mette in dubbio che a causare le epidemie di peste nel corso della storia siano stati i ratti, e che addirittura di peste non si sia trattato, ma di qualcos’altro.

Ma di cosa, allora? L’ipotesi avanzata negli anni scorsi da due ricercatori inglesi, Duncan e Scott, è che il responsabile della Morte Nera, l’epidemia che tra il 1348 e il 1350 colpì l’Inghilterra e l’intera Europa causando milioni di morti, sia stato non il batterio Yersinia pestis, ma un virus, simile all’odierno Ebola, definito appunto un “Ebola-like” virus.

Gli argomenti su cui si fonda l’ipotesi dei ricercatori inglesi sono diversi.

In primo luogo, i ratti non erano autoctoni in Inghilterra, né si hanno notizie di popolazioni particolarmente abbondanti all’epoca.

Mancano inoltre testimonianze di grandi morie di ratti, che ci sarebbero dovute essere, visto che le prime vittime della peste sono proprio i ratti.

Un altro punto critico è l’efficacia delle misure di quarantena: isolando i nuclei colpiti, il contagio si fermava. Questo è logico se si tratta di un patogeno trasmesso da persona a persona, assai meno se i colpevoli sono i ratti e le pulci, che se ne infischiano delle misure di quarantena.

Altro aspetto riguarda la velocità di avanzamento della malattia, quantificata in dieci miglia al giorno, assai superiore a quella stimata per la peste, di pochi metri al giorno. Questo concorda con una malattia provvista di elevata contagiosità, per esempio un virus.

Inoltre, la descrizione dei sintomi che si ritrova sulle cronache dell’epoca fa pensare più ad una febbre emorragica, mentre nelle cronache inglesi (a differenza di quanto avvenne in Italia) non c’è traccia dei caratteristici bubboni. Anche i tempi di incubazione, piuttosto lunghi, fanno propendere più per un virus simile ad Ebola che alla peste (2-5 giorni). Come avrebbe fatto, altrimenti, la peste ad arrivare in Inghilterra tramite le navi? I marinai ammalati sarebbero morti durante il non breve viaggio dall’Italia, da dove si narra fosse partito il marinaio genovese che portò il contagio.

Tuttavia, nonostante questi recenti, intriganti studi, l’ipotesi più accreditata resta ancora quella della peste, ma non nella forma bubbonica, trasmessa dai ratti e dalle loro pulci, bensì in quella polmonare, trasmessa quindi da uomo a uomo tramite aerosol infetto. Ciò è supportato da studi molecolari che sono riusciti ad individuare tracce del batterio nelle ossa di alcuni individui morti proprio nel corso dell’epidemia del XIV secolo. In particolare, sarebbe stata scoperta la presenza di ceppi del batterio oggi estinti.

Una cosa è sicura: quale che sia l’ipotesi che prevarrà, i ratti, almeno per quanto riguarda l’epidemia inglese del XIV secolo, sono innocenti.

È una delle immagini più famose della letteratura del novecento. Siamo a Orano, in Algeria, in un imprecisato periodo negli anni ’40. Nella città, ad un certo punto, si verifica un’imponente moria di ratti. Comincia così, nell’immaginario dello scrittore francese Albert Camus, premio Nobel per la letteratura e autore nel 1947 del romanzo “La peste”, la devastante epidemia che colpisce la città nordafricana. Altri celebri resoconti della letteratura provengono dai “Promessi sposi” del Manzoni, che colloca parte del suo romanzo nella Milano del 1630, colpita da un’epidemia spaventosa, o dal Decamerone di Boccaccio, che riferisce dell’epidemia del XIV secolo.

Naturalmente, la peste non è solo fiction. La malattia è causata dal batterio Yersinia pestis, ed è probabilmente la zoonosi che ha mietuto più vittime nel corso della storia. Le epidemie di peste, soprattutto le più imponenti, quelle del Medio Evo, falcidiavano le popolazioni delle città e dei piccoli centri rurali, uccidendo talvolta più di metà degli abitanti.

Il legame con i roditori, benché sospettato da secoli, è stato acclarato solo alla fine del XVIII secolo, visto che si erano notate grandi morie di ratti proprio in occasione delle epidemie. I ratti, tuttavia, non sono direttamente responsabili della trasmissione del patogeno all’uomo, ma svolgono la funzione di “serbatoio”. Il vettore che materialmente trasmette il batterio all’uomo è la pulce Xenopsylla cheopis, ospite di molti roditori tra cui il Ratto nero.

Tuttavia, non è corretto parlare della peste al passato remoto, visto che l’ultimo caso in Italia si è avuto negli anni ’50, e neppure utilizzare il passato prossimo, dato che anche oggi nel mondo i casi di peste sono alcune centinaia ogni anno, soprattutto –ma non solo- nei paesi del terzo mondo (Madagascar, Libia, Vietnam ecc.). Nel 2013, un’epidemia di peste bubbonica ha colpito il Madagascar, causando oltre 40 morti, ed è tutt’ora in corso. Il patogeno, quindi, non è eradicato, ma la sua virulenza si è molto attenuata: rispetto ad alcuni secoli fa l’efficacia delle terapie antibiotiche è molto migliorata, così come la promiscuità fra uomini e ratti è ormai un lontano ricordo. Infine, gli insetticidi sono notevolmente più efficaci, e una delle strategie più efficaci contro la peste è proprio quella di distribuire insetticidi sui percorsi abituali dei roditori, sottoponendoli, in pratica, ad un trattamento “antipulci”.

Dunque, il ciclo ormai è ben noto, e funziona così: il ratto si ammala, la pulce lo punge e, succhiandone il sangue, acquisisce il patogeno, e lo trasmette all’uomo pungendolo a sua volta.

Ma siamo sicuri che nelle grandi epidemie di peste del Medio Evo le cose siano andate proprio così? È possibile che un meccanismo basato su due ospiti (ratto e pulce) possa aver prodotto disastri così imponenti?

In realtà, all’inizio del terzo millennio, alcuni studi scientifici hanno seriamente messo in dubbio che fosse stata la peste ad aver causato alcune delle più devastanti epidemie del Medio Evo in Europa. Come vedremo, ha così avuto inizio un appassionante giallo storico, che tramite la consultazione dei documenti dell’epoca ha portato alla formulazione di nuove, inquietanti ipotesi.

La peste

Sono passati due anni da quando, insieme alla troupe di una trasmissione televisiva della Rai, mi recai in una piazza del centro di Roma, nei pressi di piazza Vittorio. Lì ci imbattemmo in scene francamente imbarazzanti per una capitale di un paese del G8: un’infestazione di ratti delle chiaviche (noto, per gli addetti ai lavori, con il nome scientifico di Rattus norvegicus) davvero imponente, con individui visibili in pieno giorno, i quali, dopo essere usciti dalle caditoie stradali e dai fori nel selciato del marciapiede, si azzuffavano nei sacchetti della spazzatura caduti fuori dai cassonetti. Il sistema fognario sottostante era certamente in precario stato di manutenzione. Parlando con i residenti veniva fuori l’esasperazione per una situazione fuori controllo, nonostante le continue distribuzioni di esca rodenticida effettuate nei mesi precedenti. Nei giorni seguenti, fui contattato da alcuni residenti, i quali, avendo visto il servizio in televisione ed avendo riconosciuto i luoghi, mi chiedevano di partecipare ad un incontro pubblico con gli amministratori locali.

Nel corso dell’incontro ebbi modo di esporre le mie idee. Mi resi subito conto che il problema non era costituito dalla presenza di rifiuti fuori dai cassonetti, dalle caditoie stradali, dalle fognature vecchie né dai buchi nell’asfalto. Nessuno di questi aspetti, da solo, era in grado di spiegare un’infestazione così imponente. Il problema era la presenza di tutti questi fattori contemporaneamente e nello stesso posto. In pratica, in quella zona si verificavano condizioni ambientali eccezionalmente favorevoli per i ratti. Le distribuzioni di esche rodenticide, dal canto loro, non riuscivano ad incidere più di tanto su un problema ambientale, e per essere in qualche modo efficaci avrebbero dovuto essere eseguite senza soluzione di continuità, per un tempo indefinito.

Volete sapere come si è risolto il problema? Adottando diverse soluzioni, fattibili con un po’ di risorse economiche e molta buona volontà. In primo luogo si è passati dal conferimento dei rifiuti nei cassonetti alla raccolta porta a porta, togliendo quindi i cassonetti dalla strada, e sistemando i contenitori nei portoni, lontano quindi dalle caditoie stradali. In secondo luogo, si sono sistemati i marciapiedi, riducendo drasticamente le possibilità di rifugio per i ratti. Per una maggiore completezza delle informazioni, preciso che nessuna esca rodenticida è stata utilizzata in questa fase.

Il risultato è stato eclatante: oggi non si vedono più i ratti in giro in pieno giorno, e d’altronde non ne avrebbero il motivo, non essendoci più rifiuti in quantità di cui cibarsi. Le ragioni del successo sono legate al fatto che ciascuno dei protagonisti ha fatto la sua parte, esattamente come i musicisti di un’orchestra affiatata: la pubblica amministrazione, che si è occupata della manutenzione stradale e dei rifiuti, e i cittadini, che hanno accettato di adempiere ad un sistema di raccolta dei rifiuti un po’ più complicato, all’inizio, ma che certamente ha ripagato con eccellenti risultati.

PV

La necessità di un intervento così dirompente si è posta essenzialmente per due motivi: il primo risiede nella scarsa propensione dei professionisti ad adottare strategie integrate, che cioè prevedano, accanto all’uso di rodenticidi, anche interventi sulla capacità portante dell’ambiente e misure di esclusione. Troppo spesso, infatti, si vedono imprese svolgere le attività di controllo in modo acritico e superficiale, senza approfondire la natura del problema. Ciò ha fatto sì che le esche rodenticide fossero considerate una panacea, ossia il sistema in grado di risolvere sempre e comunque un problema. In realtà, nella maggior parte dei casi risultati molto migliori si potrebbero ottenere eliminando le condizioni ambientali all’origine dell’infestazione con semplici interventi di bonifica o di esclusione, applicando le esche rodenticide solo in determinati punti e per un periodo limitato.

Il secondo motivo coincide con la risposta alla seconda delle domande poste, e riguarda il rischio ambientale connesso con l’uso degli anticoagulanti. Si sa che la tossicità degli anticoagulanti è elevata anche nei riguardi delle specie non bersaglio, e l’esca è consumata anche da insetti (blatte, formiche, cavallette, etc.) e molluschi (lumache, chiocciole), che a loro volta possono essere mangiati da predatori. A testimonianza di ciò, va ricordato che la stessa Commissione Europea, nell’autorizzare l’uso degli anticoagulanti, dichiara che tale autorizzazione si rende necessaria, nonostante gli elevati rischi che tali sostanze presentano, in ragione dell’importanza economica e sanitaria dei roditori.

Rimane una domanda fondamentale cui rispondere: come devono regolarsi i professionisti, alla luce di queste nuove tendenze? Volendo interpretare la dicitura in etichetta in modo ragionevole, senza rigidità, si potrebbe sostenere che di norma i trattamenti devono avere una durata definita, al termine della quale proseguono le attività di monitoraggio e controllo con mezzi diversi dai rodenticidi, quali esche virtuali (utili solo per il monitoraggio) e, soprattutto, trappole. Un segnale di questa “intercambiabilità” dei metodi di controllo è chiaramente visibile nelle tendenze di mercato, con un sempre maggiore numero di modelli di erogatori di esche rodenticide che prevedono l’alloggiamento di trappole al loro interno.

Eventuali problemi non risolti, testimoniati da consumi o segni di presenza che permangono in alcune zone, possono essere affrontati con interventi localizzati. In questo senso, sarebbe auspicabile che ci fosse una possibilità di deroga, a ben precise condizioni. La conditio sine qua non dovrebbe essere quella di aver prima esperito tutte le opzioni realisticamente possibili nel ridurre le risorse presenti nell’ambiente. Se all’inizio ciò, come d’altronde avviene in occasione di tutti i cambiamenti sostanziali, comporterà una certa fatica, anche mentale, da parte del professionista ad accettare la novità e adeguarsi, è indubbio che il settore conoscerà nel suo complesso una sostanziale evoluzione, con un incremento della professionalità e della qualità dei servizi.

ambush